ASA, QUALE FUTURO?

di Silvano Antonelli

Giovedì 8 aprile, il Comitato Regionale dell’Emilia-Romagna, approfittando dell’unica ed involontaria nota positiva portata dal Covid, ovvero la rapida educazione alle video conferenze, ha organizzato la mai tentata prima riunione degli ASA della propria regione, con qualche valenza anche di carattere nazionale.
L’intento è stato semplice quanto straordinariamente nuovo: capire dove questi volontari sono, cosa fanno, come vengono utilizzati, la loro soddisfazione o meno, il desiderio di essere coinvolti, le difficoltà che incontrano, come vengono ingaggiati dagli organizzatori, in che modo si gestiscono e come potrebbe essere la realizzazione di relazioni e di elenchi nominativi di aiuto a chi voglia procurarsi la collaborazione di questi interessanti volontari della sicurezza. Volontari a disposizione di tutti, senza distinzione fra FCI ed Enti di promozione sportiva.
L’invito è stato colto con un certo interesse, molto più dalla Romagna che dall’Emilia, anche da alcune regioni limitrofe, il che, con il confortante numero di 116 collegamenti, fa ritenere che almeno sul piano della partecipazione, il risultato è stato certamente di soddisfazione.
Ancora di più in relazione alla qualità, serietà e argomentazioni degli interventi, un vero full immersion di scoperte e chiarimenti, informazione e formazione, con anche un po’ di stupore per cose sempre esistite ma per alcuni mai conosciute ed applicate.

Uno spaccato di una realtà, un esperimento della verità, utile affinché un po’ tutti incomincino a rendersi conto a che punto stanno le cose per gli ASA e di quale futuro si prospetti per loro.
Si è scoperto di tutto. Non esistono elenchi dei gruppi organizzati coi loro recapiti, spesso poco utilizzati e, quando ingaggiati, non hanno quasi mai rapporti diretti e preventivi con l’organizzatore, si posizionano più spesso con le indicazioni delle Polizie locali, quasi mai gli viene consegnato copia delle ordinanze, non vengono riconosciuti dagli utenti della strada, non sanno bene da chi prendere disposizioni, talvolta non mettono il gilè “scorta tecnica” per non coprire la divisa sociale della loro Associazione. Calano sempre più di numero e trovano eccessivi i costi per la partecipazione ai corsi.
Si è sentita anche la voce di un docente allibito perché ai corsi di aggiornamento scopre abilitati che non sanno neppure riconoscere l’equipaggiamento per loro previsto, oppure un dirigente territoriale che si sente sollevato dall’apprendere che gli ASA non sono obbligatori nelle gare giovanili, altrimenti i costi farebbero passare la voglia di organizzarle. Una sorta di inversione logica dove l’ASA da soggetto voluto diventa addirittura soggetto temuto.
Praticamente nessuno di loro è tesserato alla FCI, né conoscono i relativi benefici assicurativi.
Insomma, un bel quadretto, senza tema di smentita, fortunatamente ancora incastonato dentro una cornice di passione e serietà che questi volontari continuano ad avere, intenzionati a non mollare, tranne alcuni, un poco alla volta.
Qua e là, ci sono anche esempi positivi, di discreta organizzazione ed efficienza, di Gruppi rintracciabili ed affidabili, ma siamo dentro ad una minoranza che non bilancia un quadro complessivo critico e talvolta imbarazzante.
In Italia ci sono 4.998 ASA con abilitazione in corso di validità.
Di questi, 1069 in Emilia-Romagna e 1.044 in Toscana. Il 41% dislocati in due sole regioni e neppure tra le più grandi.
Negli ultimi anni questi volontari hanno segnato una tendenza al calo, a fronte di tempi migliori come nel 2013 con 7.644 abilitati, il che fa sorgere spontanea una domanda: che cosa è avvenuto per determinarsi una tendenza al progressivo calo piuttosto che il suo contrario?
Domanda che dovrebbero porsi in diversi: CONI, FCI, EPS e un pochino anche il Ministero dell’Interno.

La mia risposta è semplice. Ciò è avvenuto perché su questo fronte non è mai stata fatta programmazione o stabiliti obiettivi, ci si è affidati allo spontaneismo territoriale e, soprattutto, una volta fatti i corsi è mancata una attività di raccordo con questi volontari, per mettere razionalmente a frutto la loro disponibilità, per estenderne il loro impiego presso gli organizzatori, per gratificarli di una scelta sportiva e civica insieme, per tenere alimentato il loro impegno con un effettivo utilizzo e qualche gesto di riconoscenza da parte di chi di dovere, perché in fondo, stiamo parlando di sicurezza stradale, dove talvolta si rischia di impiegare le chiacchiere piuttosto che le persone, oppure investire in convegni piuttosto che sul capitale umano.
Di chi la responsabilità? Certamente non di uno soltanto. Di chi ha visto e fatto coscientemente e di chi ha visto ma non ha fatto nulla per impedirlo. Ognuno può comporre un suo elenco a piacimento. Considerato anche il quadro legislativo e normativo di riferimento, farraginoso e piuttosto singolare, dove, come nel caso anche delle scorte tecniche, una figura di diritto pubblico, viene sostanzialmente subordinata alle scelte di un Ente privato, quale appunto una Federazione.
C’è quindi spazio per tutti i possibili «non è competenza nostra», oppure «abbiamo semplicemente applicato il disciplinare»., oppure ancora «possiamo fare solo la formazione e non altro».
Va beh, tagliamo corto, sorvoliamo e andiamo al punto.
Io credo che, approfittando delle opportunità di un momento federale che vede dirigenti nuovi con molte idee nuove, sia necessario partire da un atto di onestà intellettuale, dicendo che gli ASA sono stati affidati alla gestione di chi non li ha mai rivendicati come necessari e mai sinceramente apprezzati: la Federazione Ciclistica Italiana. Sembra paradossale ma è così. Non sono io a dirlo, lo dicono gli atti.

Il disciplinare tecnico, infatti, stabilisce che per la gare che non superano i 200 partecipanti, e con qualsiasi tempo di sospensione del traffico, gli ASA sono facoltativi, ossia, mai obbligatori. Parametri che gli addetti ai lavori capiscono non essere legati al caso.
E’ il febbraio del 2007 quando un gruppo di importanti organizzatori di granfondo vanno dal Ministro dell’Interno Giuliano Amato per chiedere maggiore sicurezza per le loro manifestazioni, avanzando, quale unica soluzione, l’aumento delle scorte di Polizia. Esattamente l’opposto di quello che il Ministero dell’Interno poteva garantire vista la graduale riduzione delle risorse concesse alla Pubblica Amministrazione.
In alternativa, nasce quindi l’idea degli Addetti alle Segnalazioni Aggiuntive, che il Ministero dell’Interno elabora, ottenendo l’inserimento di questa figura nel disciplinare tecnico grazie alla modifica pubblicata sulla G.U. 56 del 6 marzo 2008. In fondo, seppure con meno scorte della Stradale, l’idea di poter garantire sui percorsi di gara la presenza di volontari formati, abilitati, con poteri di regolazione del traffico, era e rimane una idea concreta di maggiore sicurezza.
Una idea portata a compimento in tempi piuttosto brevi e senza momenti di confronto con la FCI, che in quel periodo aveva affievolito la sua attenzione al tema della sicurezza, con anche la trasformazione della Commissione Direttori di Corsa in semplice Struttura, con un compito più esecutivo che propositivo. Errore rimediato quattro anni dopo.
Gli ASA, dunque, nascono esclusivamente per la spinta di alcuni tra i maggiori Enti di promozione sportiva, con esclusione della FCI, la quale però, temendo che la nuova figura possa tradursi semplicemente in costosi lacci e laccioli a scapito dei propri organizzatori, interviene successivamente nei confronti del Ministero dell’Interno ottenendo che fino a 200 partecipanti gli ASA non fossero mai obbligatori, conseguendo il risultato di escluderli dalla totalità delle proprie tradizionali competizioni, che appunto non possono avere un numero di partenti superiore a tale limite.
Ciò nonostante, con l’avvallo del Coni e conseguentemente del Ministero dell’Interno, la FCI chiede ed ottiene di diventare il garante dei percorsi formativi di questa nuova figura, autorizzandone i corsi e gradualmente imponendo l’impiego esclusivo dei docenti riconosciuti dal proprio Settore Studi.
Il resto è storia più recente, con gli ASA un poco alla volta entrati nel lessico ciclistico, inizialmente attratti anche dall’equivoco o dall’auspicio di poter essere impiegati per tutte le iniziative su strada, abilitati attraverso numerosi corsi, in parte fatti seriamente e in parte meno, con qualche inclinazione a far “cassetta” superando di molto il concetto di autofinanziamento della formazione, e con qualche mera opportunità di “reddito” per taluni docenti.

Un percorso che, giusto o non giusto che sia, ha messo in totale subordinazione gli EPS, privandoli, in buona parte, dell’occasione per valorizzare pienamente le proprie risorse interne mobilitando energie per migliorare la sicurezza in un settore importante come quello amatoriale, dove più del “chi” dovrebbe importare il “come” le cose vengono fatte.
Degli ASA ci si è interessati anche più recentemente con le significative modifiche apportate a quello definito correntemente “il nuovo disciplinare”, dove i Ministeri competenti hanno agito di concerto e sotto l’impulso specifico della FCI, dove però, ancora una volta, questa figura viene pretesa solo nelle granfondo, riconfermando l’ esclusione di tutte le tradizionali gare della FCI, dagli Esordienti ai Professionisti, tranne appunto le granfondo, dove la FCI ha in ogni caso un calendario molto più contenuto. Escluse quindi un mare di gare, specie quelle giovanili, che toccano la preoccupazione dei genitori, dove la sicurezza, pur avendo raggiunto livelli medi piuttosto buoni ma non ovunque, necessita di essere continuamente implementata in rapporto alla progressiva problematicità del traffico.
Ora quindi siamo ad un bivio. Fingere di non vedere lo stato vero degli ASA, la loro parziale gestione e finalizzazione, oppure, con uno scatto di capacità critica ed autocritica, confermare che gli ASA servono veramente, che ne vogliamo di più e che li vogliamo al centro di un progetto che premi la loro disponibilità insieme ad una maggiore sicurezza per tutti.
Io propendo per questa seconda ipotesi, e penso che per farlo sia necessario alzare il livello della nostra azione.
Nell’immediato, tra le cose che dipendono semplicemente dalla FCI, troverei possibile, una volta andati a regime con la nomina della nuova Commissione Nazionale Direttori di Corsa e Sicurezza e coinvolte opportunamente tutte le relative Commissioni Regionali, mettere in atto un progetto di recupero e di riordino della gestione degli ASA, col quale organizzativamente e funzionalmente costruire modi certi di rapporto, dall’identificazione dei Gruppi operanti nei vari territori alle possibilità di questi di potersi rapportare con gli organizzatori, dallo scambio di informazioni e comunicazioni alla trattazione periodica delle varie casistiche o scambi di esperienze.
Una rete di rapporti da condividere con i Comandi di Polizia Locale, che oltre a metterli in condizione di soddisfare meglio le loro necessità, aiutino anche gli stessi Comandi ad appropriarsi più compiutamente della normativa e delle possibilità d’impiego previste per gli ASA.
Progetto da avviarsi insieme al Settore Studi della FCI, col quale rafforzare l’efficacia formativa di queste figure, dando luogo alle ipotesi di integrazione formativa connessa alle esigenze delle varie regioni, con i suoi obiettivi di crescita o di razionale diffusione, facendo pressione anche là dove, fino ad oggi, nulla o quasi è stato fatto.
Cinque regioni non hanno neppure un ASA, altre cinque vanno dalle 20 alle 50 unità, e la Lombardia, un terzo dell’intero movimento federale, ha il 12% degli ASA complessivi, poco più della metà di quelli presenti in Emilia-Romagna.
Numeri che da molto tempo si finge di non conoscere e che testimoniano, più delle parole, che per gli ASA non è mai stata fatta programmazione né controllo, una figura che il Coni ha assegnato alla gestione della FCI per conto anche degli Enti di promozione sportiva e di garanzia verso i Ministeri competenti.
Volendo cambiare passo, sempre tra le cose possibili, si dovrebbe mettere mano pure al tesseramento che la FCI propone per gli ASA.
Anche qui, al di là di ogni ragionevole difficoltà, vediamo di stare sui principi e la disciplina degli stessi: la FCI chiede, per esercitare nelle proprie gare, l’obbligo della tessera ASA al costo annuo di € 30,00. Ripeto, l’obbligo.
Risultato: gli attuali tesserati sono 26 e, quando ancora non c’era la pandemia, 50.
Un obbligo che tra gli addetti trova consenso dallo 0,5 % all’ 1%.
Ancora presto per capire gli effetti del possibile tesseramento giornaliero introdotto quest’anno al costo di € 10,00. Ma i risultati potrebbero non cambiare.
Pur tralasciando gli aspetti formali degli obblighi imposti dalle normative e non rispettati, non essere tesserati significa non godere delle relative coperture assicurative, di cui una federazione deve occuparsi in termini di adeguata tutela.
Le coperture date dalla tessera federale sono anche buone, ma pochissimi sembrano interessati perché, a torto o a ragione, i volontari trovano eccessivo il suo costo o comunque non adeguato alle poche volte che un addetto può ragionevolmente supporre di essere impiegato nel corso di una stagione.
Conosciamo i costi assicurativi che stanno dietro ad ogni tessera e quindi nessuna banalizzazione del problema. Se ne discuta, ma una cosa è certa: se un prodotto di tutela, nonché di rispetto delle regole, è sistematicamente ignorato, questo vuol dire che il prodotto è sbagliato, invendibile, che va cambiato in modo netto senza ricorrere neppure a surrogati di dubbio effetto.
Esperite le cose che la FCI può fare in modo autonomo, occorre infine considerare che la figura dell’ASA potrà avere un futuro più stabile e concreto, solo se si otterrà di inserirla all’art. 9 del Codice della Strada, facendola diventare il soggetto utile per qualsiasi manifestazione sportiva che transiti su strada pubblica, con la possibilità, a richiesta delle Polizie locali, di essere utilizzato, anche per transiti che riguardano manifestazioni di interesse sociale e civile.
Dico inserire, per ricordare che questa figura oggi non c’è, e che la si è artificiosamente messa nel disciplinare nato per le scorte tecniche, quale unica possibilità che il Ministero dell’Interno aveva di dare un contributo alla sicurezza
in attesa che qualcuno si decidesse di mettere mano al Codice della Strada.
Un ibrido giuridico nato per necessità, certamente efficace, ma alla lunga fragile proprio per le sue contraddizioni.
Ecco il perché di una proposta nuova e più organica, non tanto mia personale, quanto auspicata da molti Comandi di Polizia Locale che però, fino ad oggi, non ha trovato ancora chi si è messo a “pedalare” per farla diventare realtà.
Perché non provarci come FCI?
Modificando l’art.9 i risultati potrebbero stupire. Gli ASA troverebbero fortissime ragioni e soddisfazioni d’impegno, non più soltanto con qualche gara all’anno, ma con tanti servizi: gare podistiche, triathlon, pedalate organizzate, cortei storici di auto e moto, cortei religiosi, servizi scolastici e tanto altro ancora, con possibilità di scambi anche tra Comuni, evitando definitivamente l’utilizzo improprio di altri soggetti. Forse anche l’occasione per far conoscere questa figura a tutti gli utenti della strada, oggi assoluta carneade.
Un qualcosa che darebbe luogo a forme organizzate ed efficaci di integrazione tra Polizie locali e volontariato, di reciproca soddisfazione, andando ad abbattere anche quelle crescenti occasioni di dinieghi al transito delle gare ciclistiche da parte di Comuni che adducono esclusivamente la carenza di agenti di Polizia o di volontari ASA. Una storia questa che incomincia ad infastidire parecchio, specie quando poi si ascoltano politici e sindaci gonfiare il petto per dire che lo sport contribuisce alla promozione turistica ed economica dei territori. Peccato che tanta prosopopea s’infranga sempre più spesso di fronte al niet di un piccolo Comune con soli due Vigili, obbligando gli organizzatori a incredibili giravolte.
Probabilmente, per ASA “multi servizio”, sarà necessario rivedere anche gli stessi percorsi formativi, aggiungendo argomenti ed inserendo nel corpo docente anche agenti di Polizia (Locale o Stradale) e quindi anche le materie d’esame. Col risultato di qualificare ulteriormente la professionalità e il temperamento di questi preziosi volontari. Magari cambiando pure il loro acronimo con l’aggiunta di una “T”, facendoli diventare ASTA, addetto segnalazione transiti autorizzati.
Gli ASA, come 5 anni prima le scorte tecniche, si sono affermati e accreditati agli occhi dei Ministeri dell’Interno e dei Trasporti, fino a trovare riconoscimento di legge, essenzialmente perché la Federazione Ciclistica Italiana, unica tra le altre, ha potuto storicamente dimostrare la capacità di garantire la sicurezza delle proprie gare in modo autodeterminato, proprio grazie alla serietà e qualità dei propri volontari e dei propri organizzatori.
Questo riconoscimento, così importante, dovrebbe essere oggi la molla per far decidere ai vertici della FCI di andare rapidamente oltre, con gli alleati che si potranno trovare lungo il viaggio, ma con l’orgoglio di rappresentare un patrimonio sportivo che, specie per la sicurezza stradale, è diventato anche patrimonio civile.

Lo stesso articolo é stato pubblicato su Tuttobiciweb

 

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